The Eerie Silence. Parla Paul Davies

Posted on aprile 26, 2010

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Siamo soli nell’Universo?
“The Eerie Silence”, un nuovo libro del ricercatore SETI, Paul Davies, offre uno sguardo fresco e ponderato a questo entusiasmante enigma.
Il celebre fisico Enrico Fermi si pose questa domanda oltre 60 anni fa, postulando il tristemente noto “paradosso di Fermi”, in  cui le distanze tra una civiltà e l’altra, vieterebbero il contatto diretto. Considerata la vastità dell’universo, se davvero la vita fosse diffusa in tutto il cosmo, perché non abbiamo ancora trovato alcuna prova della sua esistenza?
Paul Davies è un fisico presso l’Arizona State University’s ed è presidente del progetto SETI per la ricerca di intelligenze extraterrestri. Nel suo nuovo libro, “Il misterioso silenzio” (The Eerie Silence) ci racconta dei vari sforzi compiuti dall’uomo per contattare gli alieni e illustra come dopo le recenti scoperte esobiologiche, si sia fortemente diffusa l’idea che la vita debba essere cosa assai comune nell’Universo. 
Centinaia di pianeti extrasolari sono stati individuati in orbita attorno a stelle lontane, con caratteristiche simili maggiormente a  Giove piuttosto che alla Terra, forse a causa dei mezzi di rivelamento, incapaci di trovare pianeti più piccoli di tipo roccioso.  Con i nuovi super telescopi terrestri e spaziali sarà forse nei prossimi anni scoprire mondi simili alla Terra nella nostra Via Lattea.
Alcune recenti scoperte di forme di vita estremofile, sulla Terra, rendono più entusiasmante la ricerca, testimoniando come la vita sia possibile anche in luoghi totalmente inospitali che un tempo sarebbero stati scartati dalla ricerca.
Per i fisici, la vita sembra essere sorta per un colpo di fortuna, senza alcun orchestratore, nessun coreografo a dirigere l’esecuzione, senza lo spirito nel corpo, nessuna volontà collettiva, nessuna forza di vita, ma solo atomi senza cervello unitisi in molecole da casuali fluttuazioni termiche. Eppure il prodotto finale è una forma squisita e altamente ordinata. Anche i chimici, che hanno familiarità con i poteri stupefacenti delle trasformazioni molecolari sostengono che la vita ha un qualcosa di speciale dentro di sé.  George Whitesides, Professore di Chimica all’Università di Harvard, scrive, “La vita è un qualcosa di assai notevole. Come reazioni chimiche in natura  non esiste nulla di simile”.
Secondo Davies non c’è nulla nelle leggi della chimica o della  fisica per indicare la vita è un risultato inevitabile, o un imperativo cosmico. Egli nota che non c’è regolarità matematica alla vita, mentre “le sequenze chimiche sembrano del tutto casuali.” Eppure, la vita ha un forte senso di ordine, dal momento che la riorganizzazione  delle sequenze chimiche può capovolgere l’intero sistema.

“Così la casualità e il derterminismo altamente specifico, o addirittura anzi unico, in qualità cosi particolari è assai difficile da spiegare con le leggi fisiche”, scrive.

Le leggi biologiche dell’evoluzione potrebbero aver giocato un ruolo importante per l’origine della vita, perché tutto quello che è teoricamente necessario per andare avanti è la replica delle informazioni con il DNA, anche se le prime molecole non avevano la replicazione delle informazioni e utilizzavano meccanismi molto differenti. L’intima origine della vita a partire da materiali non viventi è ancora un mistero, Davies ha detto che la vita può essere un possibile esito di complessi sistemi di auto-organizzazione. Proprio come colonie di formiche, il mercato azionario e di Internet, la vita può derivare da una legge di complessità crescente che si verifica in determinate circostanze.

Per scoprire se la vita è stato soltanto un incidente bizzarro accaduto solo sulla Terra, abbiamo bisogno di cercarla altrove. Per Davies che vi è stata solo una missione spaziale che ha avuto in questo senso successo: la missione Viking della NASA. “I media tendono a presentare tutte le esplorazione di Marte, nell’ambito della ricerca per la vita, ma questa è soltanto disinformazione”, scrive. “E’ vero che alcune missioni esplorative hanno cercato l’acqua su di Marte, ma gli esperimenti biologici miratia  scoprire la vita, mancano da oltre trent’anni nelle missioni della NASA.  

Molti scienziati pensano gli esperimenti effettuati dal Viking non hanno trovato alcuna prova di vita, anche se alcuni, tra cui Gilbert Levin, che ha progettato l’esperimento Labeled Release, contestano questa conclusione. Anche se dovessimo trovare vita su Marte questo non ci direbbe se esiste la vita più molto lontano, dato che la Terra e Marte hanno spesso scambiato tra loro materiali meterorici e anche la vita microbiotica. 
Per rispondere alla domanda, abbiamo bisogno di trovare le prove per la vita su un pianeta lontano. Tuttavia, Davies, dice un altro modo per dimostrare che la vita non è soltanto un incidente raro, sarebbe quello di trovare un tipo completamente differente di vita sulla Terra.

“Se la vita ha iniziato più di una volta sulla Terra, potrebbe averlo fatto anche su altre parti nell’Universo”, scrive Davies. “Se c’è qualcosa di molto particolare del nostro pianeta, è inconcepibile che la vita avrebbe avuto inizio due volte su un pianeta simile alla Terra”.

Tutta la vita sulla Terra può essere collocata su un diagramma chiamato “albero della vita”, che indica come i diversi organismi possono essere fatti risalire ad un antenato comune. Ma una biosfera ombra dovrebbe essere composto di vita che non avrebbe avuto un posto sull’albero. Davies scrive: 


Se si esamina l’interno di un microbo, è probabile che troverete le stesse cose – il DNA, le proteine, i ribosomi – come li si trovato in voi e me. Almeno, questo è quanto finora scoperto. Ma i microbiologi hanno appena scalfito la superficie del regno microbiotico. Il nostro mondo è letteralmente brulicante di piccoli organismi. Un solo centimetro cubo (0,061 pollici cubici) di suolo potrebbe contenere milioni di specie diverse da aggiungere a quelle conosciute e la stragrande maggioranza non sono state ancora classificate e tanto meno analizzato…”
Gli scienziati studiano i microbi nelle forme a noi conosciute, ma altre differenti potrebbero passare completamente  inosservate perché i test non sono fatti per rilevarle. Davies afferma che nuovi test dovrebbero essere sviluppati per vedere che cosa potrebbe esserci di nascosto proprio di fronte ai nostri occhi.  Gli astrobiologi spesso dicono che la vita complessa può essere rara nell’universo, ma la vita microbica è probabilmente abbondante. Essi motivano tale presupposto basandosi sulla storia della Terra, perché la vita semplice iniziata in tempi relativamente brevi qui, forse già 500 milioni di anni dopo l’origine della Terra, ma la vita multi-cellulare compare molto più tardi. Le prime testimonianze nei reperti fossili di vita multicellulari risalgono a circa 2 miliardi di anni fa, circa 2,5 miliardi di anni dopo la formazione della Terra. La storia della vita sulla Terra è per lo più fatta di singole cellule.
Anche se la vita complessa fosse trovata altrove, potrebbe essere intelligente? Con “intelligente”, spesso, si intende la capacità di una specie vivente di saper utilizzare la scienza per indagare l’Universo. Davies utilizza coraggiosamente il L’equazione di Drake stimare ci potrebbero essere 10 mila  civiltà nella galassia in grado in questo in momento di comunicare con le onde radio.
“In questo momento la comunicazione interstellare è limitata non solo la distanza, ma dal tempo, se  onsideriamo civiltà aliene che vivono a migliaia di anni luce di distanza. Davies sottolinea che se fossero in grado di vedere la Terra con i telescopi, non ci vedono come siamo oggi, ma come eravamo nell’anno 1010 AD – molto tempo prima dell’invenzione delle onde radio. E poichè la tecnologia radio umana è sviluppata da soli circa 100 anni, ci vorranno altri 900 anni affinchè i nostri primi segnali radio li raggiungano.
 
I segnali di comunicazione sulla Terra sono ora in gran parte inviati da fibre ottiche, piuttosto che dalle lunghezze d’onda radio e per Davies  non c’è nessuna ragione per pensare che civiltà avanzate aliene utilizzino ancora queta tecnologia. Invece, egli suggerisce, che potebbero utilizzare i neutrini, a diverse lunghezza d’onda, o un sistema tipo internet a livello galattivo. Potremmo anche trovare indizi di tecnologia aliena vicini a noi come le nanomacchine, o le microsonde aggrappate al DNA. Davies pensa che la ricerca SETI dovrebbe essere ampliata per includere queste ricerche ed è anche opportuno cercare traccie aliene nello spazio che indicano avanzati progetti di ingegneria mineraria o addirittura discariche di rifiuti. 
Un problema con le nostre ricerche precedenti, dice Davies, è tendiamo a cercare gli alieni secondo i comportamenti e le motivazioni umanee. Egli è particolarmente critico sui precedenti tentativi di invio di messaggi per gli alieni. I fonografi a bordo della sonda Voyager 2, con i saluti in 55 lingue, così come la musica, il canto degli uccelli, e altri suoni dalla Terra, che egli le trova “una trovata inutile”. Davies è altrettanto sprezzante dei messaggi sulla Pioneer 10 e 11, che raffiguravano le figure umane del maschio e della femmina (con la mano del maschio sollevato in segno di saluto), e il nostro Sistema Solare e la sua posizione nella galassia. [vedi immagine in basso]

Questa immagine può essere inutile per quanto concerne la segnalazione agli alieni, ma la dice lunga sugli esseri umani. Un breve messaggio di una comunità sconosciuta, presumibilmente straniero dovrà riflettere le cose che riteniamo più significativo su noi stessi. Il quadro è dominato dalle forme umane, ma la nostra forma fisica è probabilmente la cosa meno importante da comunicare. E ‘quasi del tutto irrilevante sia sul piano scientifico e culturale. La mano alzata è il massimo dell’assurdità, un manierismo culturale, che sarebbe del tutto incomprensibile a un’altra specie, in particolare ad una che potrebbe non avere gli arti.
Invece, per Davies i nostri messaggi dovrebbero essere basati sulla matematica, preferibilmente contenenti equazioni che descrivono la nostra conoscenza delle leggi dell’Universo. Solo più tardi dovremmo condividere le informazioni più peculiari. Se mai dovesse avvenire un contatto, la società umana cambierebbe per sempre. La religione sarebbe particolarmente colpita fra tutte. Ma in una ironica autocritica riconosce che anche il SETI stesso è stato descritto come una religione, dal momento che è guidato dalla fede, piuttosto che dalle prove. Tuttavia egli sostiene che anche la sterile caccia agli alieni dopo un milione di anni di ricerche, non sarebbe una prova assoluta che non essi esistono. Come scienziato, Davies ha detto che non sarebbe sorpreso se la vita sulla Terra si rivelasse del tutto unica. Questa prospettiva solitaria lo rende inquieto, ma osserva anche questo sarebbe un silenzio d’oro, perché la vita sulla Terra sarebbe ancora più preziosa.
Eppure, questo silenzio sulla vita aliena è una ragione sufficiente per continuare a cercare, dice Davies. Bisogna aprire tutte le possibilità nella nostra ricerca con gli stranieri a disposizione finchè prima o poi arriverà la risposta che tanto stiamo cercando.
Adattamento a cura di Arthur McPaul

Fonte: http://www.astrobio.net/index.php?option=com_retrospection&task=detail&id=3461:

 

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